Intervista Loris Dalì a cura di Ester Coppola

LORIS DALÌ esordisce in veste di cantautore nel 2015 con “Scimpanzé”, il disco ottiene un ottimo riscontro tra gli addetti ai lavori. Il primo singolo estratto è “Manager“, seguono , “Evviva l’Italia” e “Di nuovo ubriaco“. Nell’autunno del 2016 esce il secondo capitolo discografico dal titolo album “Gekrisi”. Alle registrazioni partecipano Stefano Piri Colosimo (Africa United), Maltese, i Giulia’s Mother.
L’artista si esibisce in circa 70 date in Italia, apre per Andrea Mirò al Piccolo Teatro di Ora (BZ), Rai3 e Rai News gli dedicano un servizio in onda sul tg della sera ed è ospite di numerose emittenti radiofoniche.
Nel 2018 Loris Dali pubblica il suo terzo lavoro “Canzoni della fregna”.
Negli spettacoli che seguono si esibisce anche nelle vesti di stand up comedian con alcuni personaggi di sua invenzione, protagonisti di una serie di sketch visibili sul canale YouTube dell’artista.
Nel 2019 partecipa al TalenTarm (Tempesta Dischi) e si aggiudica l’apertura del concerto dei Tre Allegri Ragazzi Morti.
Nel 2020 Loris Dalì pubblica “TOKIO”, primo capitolo di una trilogia di singoli sulle fasi dell’amore, quello che finisce.
Nel mese di aprile, solo sul canale YouTube dell’artista, esce “Nel frattempo”.
Il brano è prodotto a distanza con vari musicisti durante la domenica infinita dell’isolamento.

Intervista Loris Dalì

a cura di Ester Giuseppina Coppola

 

 

1. Da quando suona?
Ho formato la prima band con i miei compagni di classe. Facevamo cover, parliamo del 1989
circa, e devo dire che eravamo veramente scarsi! Eppure ci esibivamo con una certa spavalderia,
certamente dovuta all’adolescenza ed al fatto che eravamo molto popolari. Poco tempo fa mi è
capitato di rivedere una vhs di un concerto di fine anno scolastico in un teatro di paese. Mi
esibivo in assoli di chitarra imbarazzanti, cantavo per tutto il concerto fermo come un palo della
luce eppure il pubblico, composto da pochi professori e 400 studenti, rispondeva come fossimo
una super rockband. E’ iniziato tutto da li. Con alcuni componenti di quella band improbabile ho
poi suonato per 25 anni, ovviamente crescendo e migliorando. Mi hanno accompagnato per tanti
anni in centinaia di concerti prima di diventare Loris Dalì e con loro ho registrato i primi due
album: Giorgio Barberis, Marcello Nigra e Paolo Verlucca.
2. Con il suo primo album “Scimpanzé” ha definito l’Italia il paese delle banane. Perché?
Qualche recensione ha accostato quel disco al cinema italiano degli anni 60, film che mettevano
in risalto i difetti dell’italiano medio, forse la stessa chiave di lettura degli attuali Zalone o
Capatonda. Infatti i testi parlano delle nostre debolezze: siamo faciloni, creduloni, critichiamo,
non siamo obiettivi e tendiamo sempre a dar la colpa a qualcosa o a qualcuno senza interrogarci
sulle nostre responsabilità. Ma credo anche che siamo l’unico popolo i cui pregi e difetti si
confondono in una intermedia zona grigia. Tornando al grande cinema italiano citerei “La grande
guerra”, in cui Vittorio Gassmann ed Alberto Sordi attraversano la guerra senza colpo ferire,
nascondendosi ed evitando qualunque pericolo e presa di posizione. Vengono catturati dai
nazisti e devono scegliere se vendersi al nemico o morire. Scelgono di morire, senza celare la loro
paura, ma con orgoglio. Noi Italiani siamo fatti così.
3. Come hanno reagito i suoi parenti quando ha chiesto loro di prestarsi alla realizzazione del video “Manager”?
In quel video ci sono i miei figli ed alcuni loro compagni di scuola, ma ho sempre coinvolto le
persone vicine nei miei progetti. Mi piace un coro di persone che non hanno mai cantato se non
sotto la doccia o ad un karaoke, oppure far recitare in un videoclip chi attore non è. Se la parte è
calzante con il personaggio credo che ciò doni un interessante tocco di realismo. Mi viene in
mente il brano “Altri tempi”, che ho scritto pensando alla visione del mondo attuale da parte di
un uomo di 60/70 anni. L’ho fatto recitare da mio padre. Pur non avendo alcuna nozione tecnica,
quel testo è certamente più realistico recitato da lui che non da me.
4. Lei era un manager, ora un musicista a tempo pieno, come mai questa scelta in “controtendenza”?
Si, ero un manager vestito in giacca e cravatta e passavo da una riunione ad un appuntamento
con un cliente. Poi è arrivata la crisi e le cose si sono messe male. A quel punto mi sono chiesto
cosa mai avrei potuto fare a 40 anni e mi sono reso conto che l’unica cosa che sapevo fare era il
cantautore, il musicista, l’artista. L’avevo fatto da sempre per diletto, ma forse quella era
l’occasione giusta per provare a trasformarlo in un lavoro. Ci sarebbe molto da dire di quel
periodo e del profondo cambio di vita che, oltre che controtendenza, non è stato semplice e
nemmeno indolore.
5. Scimpanzé: questa umanità è tornata nel Paleolitico?
L’umanità si evolve con una progressione spaventosa. Abbiamo impiegato migliaia di anni per
camminare eretti, dieci anni per andare sulla Luna e pochi mesi per usare il web come utilità di
vita sociale. Siamo passati dalle lunghissime ere preistoriche alle più recenti epoche, mentre oggi
il mondo cambia ogni mezz’ora. Certo il nostro tempo presenta delle brutture, ma come tutte le
epoche d’altronde. La famosa frase “Si stava meglio quando si stava peggio” è una frottola di chi
si sente fuori tempo. Prendiamo ad esempio la musica. Un tempo registrare un disco era difficile
ed oneroso, inoltre l’unica chance era bussare alle porte delle etichette discografiche e sperare di
venire considerati. Oggi si può registrare un ottimo disco con scheda audio, microfono e pc e, se
le canzoni sono belle, il web rappresenta un opportunità. Sono numerosi gli esempi di artisti
passati dalla propria camera da letto alla ribalta e quando succede c’è sempre della qualità.
Insomma credo che il presente non sia mai migliore o peggiore del passato, ma semplicememnte
diverso.
6. A chi si ispira quando scrive?
Le canzoni vengono da sole anche se spesso sono involontarie conseguenze di ascolti fatti nel
tempo. In verità recentemente ho cercato di avvicinarmi a determinate sonorità dell’indie
italiano per scrivere tre brani che non faranno parte di un album, ma usciranno solo come singoli.
Si tratta di una sorta di trilogia sull’amore, quello che finisce. Il primo, uscito a gennaio, si intitola
“Tokio”. A breve uscirà “Spoti-fai” e più avanti “Branko non sbaglia mai”. Sono canzoni che ho
scritto con l’intenzione di avere appeal su Spotify e sugli store digitali, che sono innegabilmente il
nuovo mercato discografico. Infatti Tokio è stata inserita in numerose playlist ed è il mio brano
più ascoltato e scaricato. Sia chiaro che non mi sono snaturato, ho solo cercato di rientrare in
certi standard di durata, struttura e stile. Nel frattempo sto lavorando al mio nuovo album, forse
un Ep, che uscirà nei primi mesi del 2021 ed avrà le sonorità del cantautorato classico degli artisti
che amo ed ascolto, quelli che sono alla base di chi fa musica nel nostro paese.
7. Per il suo primo disco ha collaborato con molti musicisti che hanno suonato i più disparati strumenti dall’udu alla fisarmonica. Come mai questa ricerca di strumenti: ha cercato di raggruppare vari generi musicali?
Se sei una band, 4 musicisti in una stanza, finisci inevitabilmente per arrangiare i pezzi con la
classica formazione batteria, basso e chitarra. Nel mio caso, una volta scritto il brano, cerco il
miglior modo per arrangiarlo spaziando con la fantasia e senza pormi limiti. Anche quando mi
vengono in mente suoni particolari, con un po’ di pazienza, è possibile trovare qualcuno che
suoni quel determinato strumento. Nei miei dischi ho davvero usato di tutto e senza ricorrere al
midi: basso tuba, fisarmonica, scacciapensieri, udu, washboard, violino, flauto, tromba, sax,
cajon.
8. I suoi non sono semplici concerti uniscono la musica al teatro rendendo ancor più realistico quello che racchiudono i suoi testi: è un modo per “rapire” l’attenzione di chi lo ascolta?
Per rendere gli spettacoli più interessanti parlo molto, ma non mi limito a raccontare qualcosa di
ogni canzone. Cerco di ampliare i concetti con dei monologhi, con delle storie. Ho creato anche
dei veri e propri personaggi con cui interagisco nei live e mi travesto tra un brano e l’altro. Per
alcuni di questi personaggi ho scritto dei monologhi di stand up comedy, visibili sul mio canale
YouTube.
9. In “Diverso” canti “… siamo tutti diversi per fortuna, pensa se al mondo se di te ce ne fossero sei anziché una…”. Che cos’è per lei la diversità?
“Movimento radical chic che giudica alcuni termini discriminatori nei confronti delle minoranze”,
questa è la definizione Wikipedia di politically correct. Insomma per alcuni basta usare un
termine piuttosto che un altro per avere la coscienza pulita. Per esempio “diverso” viene
utilizzato per definire l’omosessualità, quando a mio avviso non esiste termine più denigratorio.
Perchè diverso? Diverso da che? Chi può arrogarsi il diritto di decidere qual’è la normalità? Certe
parole non devono essere usate o dipende dall’uso che se ne fa? Credo sia molto più dignitoso
dire: “Il mio migliore amico è frocio” piuttosto che “Non accetterei mai che mio figlio fosse
diverso”. Le parole sono parole, dipende da come vengono usate. In fondo siamo tutti diversi.
10. Come nasce “Io sto nel mezzo”?
Ho l’impressione che oggi per essere sia necessario far parte di qualcosa. E far parte di qualcosa
sembra voler dire necessariamente essere contro qualcos’altro. Tav e No-tav, Vax e No-vax,
destra e sinistra, vegani e onnivori. Chi è a destra critica a priori tutto ciò che arriva da sinistra,
anche se si tratta di una buona idea, e viceversa. I vegetariani criticano chi mangia carne, mentre
gli onnivori deridono i vegani e via dicendo. Insomma sembra che l’essere umano non resista a
catalogarsi e che, una volta entrato a far parte di quella determinata categoria, debba
necessariamente ed aspramente essere contro chi sta nella categoria opposta. Ecco, io credo
invece che mai come ora il giusto sta nel mezzo. Credo si possa scegliere di prendere il buono da
più parti e costruire una propria identità, senza categorizzazioni. Se la destra dice che dobbiamo
ottenere maggiore rispetto dall’Europa sono d’accordo. Se la sinistra dice che non possiamo far
morire esseri umani in mare sono d’accordo. Ma non sono ne di destra ne di sinistra e nemmeno
di centro. Se vogliamo parlare di politica, che peraltro è un argomento spinoso per chi fa musica
o arte in generale, non ho più alcuna convinzione politica, forse sono anarchico. Anche se la
stessa anarchia è un utopia irrealizzabile per la natura stessa dell’uomo. Tralasciando la politica,
non mangio carne per scelta da dieci anni, ma non mi sognerei mai di criticare chi ha altre
convinzioni o un altro regime alimentare. Questa è l’idea di partenza di “Io sto nel mezzo”. Poi ho
scelto di non scrivere il testo in prima persona, ma di far parlare un benzinaio di Ostia Nord di
nome Libero che alla fine del brano recita: “Io sto nel mezzo e mi chiamo Libero. Ma non è per
mancanza di coraggio, anzi è una presa di posizione. Io sto nel mezzo e sono Libero”. Per essere liberi è meglio stare nel mezzo e forse anche un po’ in alto, per poter vedere meglio le argomentazioni di tutti, con interesse, rispetto e voglia di comprensione.
11. Nell’ultima intervista ci eravamo lasciati così: “In una canzone di “Scimpanzé” cantavo: “Siamo
solo carne ed ossa ed un sogno nel cassetto, qualche scheletro nell’armadio e un po’ di voglia
dentro al letto”. Io gli scheletri dall’armadio li ho tolti quasi tutti, ora devo mettere i sogni nel
cassetto. Anzi il sogno, perché credo che il sogno di una vita sia qualcosa di enorme e grandioso e
voglio averne solo uno. Ma ci devo pensare, magari lo saprò nella prossima intervista.” Ora ci può
dire qual è il suo sogno nel cassetto?

Ora si. Ho capito che non ho più il fisico e l’età per diventare una rockstar e forse non ho nemmeno voglia. Quindi il mio sogno nel cassetto è essere un ArtUomo. Magari nella prossima intervista vi spiegherò cosa significa.

Intervista pubblicata anche su: www.ildialogo.org


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