Intervista Stefano Bettera (Unione Buddhista Italiana)

Intervista Stefano Bettera

(Unione Buddhista Italiana)

Stefano Bettera scrittore e giornalista, pratica da trent’anni meditazione Vipassana e ha compiuto studi sui testi del Buddhismo antico al Bodhi College in Inghilterra. Ha pubblicato con Morellini Felice come un Buddha (2017), Fai la cosa giusta (2018), con Rizzoli Il Buddha era una persona concreta (2019).

  1. Che cos’è il Buddhismo?

Posto che la parola Buddhismo è un’invenzione di comodo degli occidentali perché è sostanzialmente un’etichetta che si dà a questo insieme di insegnamenti. In Oriente, la parola Buddhismo non esiste, si parla di Buddhadharma o di Dharma semplicemente che vuol dire l’insieme degli insegnamenti che fanno riferimento a Gotama, cioè al Buddha. Con il passare dei secoli si sono sviluppati approfondimenti, riflessioni, visioni, interpretazioni come risposta e adattamento alle esigenze culturali dei vari luoghi in cui il buddhismo arrivava e delle culture che incontrva. Dire che cos’è il Buddhismo non è particolarmente semplice: per alcuni è una religione e infatti l’Unione Buddhista Italiana è riconosciuta come ente religioso dallo Stato ed è un fatto che all’interno del Buddhismo ci sia una componente monastica. Detto ciò è anche una forma di saggezza e soprattutto un metodo di pratica personale, di pratica spirituale, di pratica filosofica. Definiamolo come vogliamo, ma è tutte e tre queste cose insieme e dipende dal tipo di approccio: ci sono persone che praticano gli insegnamenti del Buddha per un’ispirazione e da una prospettiva prevalentemente religiosa con tanto di rituali e liturgie. C’è una parte di praticanti buddhisti che non sono prevalentemente religiosi  e che pratica comunque gli insegnamenti buddhisti come una filosofia di vita, cioè come un percorso di raggiungimento di un maggiore equilibrio di maggiore consapevolezza, felicità, serenità. Quindi il Buddhismo è tutte queste cose insieme, delimitarne a una sola sarebbe un errore piuttosto grave.

 

  1. Come è strutturato il Buddhismo?

Dipende dalle scuole e dalle tradizioni. Esistono monasteri e figure religiose in tutte le tradizioni, sia in quella Tibetana, che nello Zen o nel Theravada. Ovviamente ogni tradizione ha sviluppato una sua propria struttura religiosa. Ad esempio nel buddhismo tibetano abbiamo i Lama e i semplici monaci e i Gheshe, Nel Buddhismo Zen abbiamo i maestri e i preti che sono figure di riferimento della pratica e spesso a capo dei monasteri. Nel Buddhismo Theravada, quello diffuso nel Sud Est asiatico, abbiamo monaci di diversi livelli che sono a capo o vivono all’interno di strutture monastiche. Quindi questo è all’incirca il panorama di quello che è la struttura del Buddhismo religioso. Non c’è nulla di paragonabile alla struttura religiosa cattolica, ma diverse tradizioni con una loro espressione monastica che nel corso dei secoli si è strutturata in un modo piuttosto che in un altro. Ad esempio, però i buddhisti giapponesi considerano il Dalai Lama un maestro buddhista importante rispettabile, ma non è il loro capo spirituale e lo stesso vale per i buddhisti dello Sri Lanka per esempio della Thailandia che pur rispettando magari un maestro zen non lo considerano però un’autorità spirituale.

 

  1. Come è sorta l’Associazione Buddhista Italiana?

È sorta più di 30 anni fa come unione di centri di pratica che si sono associati per promuovere l’insegnamento buddhista sul territorio italiano e per cercare di dare al Governo italiano un solo punto di riferimento per quanto riguarda tutte le questioni di carattere amministrativo, burocratico, politico relative al mondo buddhista. Nel 2012 l’UBI ha firmato la Legge dell’Intesa che ha riconosciuto il Buddhismo italiano come religione ufficiale, come la Chiesa Cattolica, gli ebrei, i Valdesi.

 

  1. Quante difficoltà l’Associazione ha riscontrato nel trovare l’Intesa con lo Stato Italiano?

È stato un percorso lungo che è durato anni per svariati motivi, perché questi processi richiedono diversi passaggi parlamentari, la presenza di un Governo disponibile a firmare questo trattato. Per una serie di vicissitudini politiche la legge è rimasta ferma per anni e del resto conosciamo bene la lentezza legislativa del Parlamento italiano però alla fine ce l’abbiamo fatta. Non c’è stato un blocco che non voleva la presenza dei buddhisti in Italia, ma è stata più una vicissitudine di carattere legislativo.

 

  1. Il Buddhismo è trattato in Italia come una vera e propria religione?

Di solito gli italiani che non sono buddhisti quando pensano alla religione pensano ovviamente alla religione cattolica cristiana con la presenza di un Dio, di una Chiesa gerarchizzata, di una fede in qualcosa di assoluto. Il Buddhismo non è visto così e la simpatia che tanti non buddhisti provano nei confronti del Buddhismo nasce proprio da questo aspetto, cioè dal fatto che non è visto come un’altra delle religioni che t’impone dei dogmi, di credere a occhi chiusi nelle cose ma, piuttosto, come una forma di spiritualità profonda, autentica e come una ricerca spirituale profonda. Alcuni si avvicinano al Buddhismo provenendo da esperienze cattoliche perché stanchi della propria religione, perché non trovano nelle religioni di origine quelle risposte alle domande profondamente umane che invece il Buddhismo sembra riuscire a dare.

 

  1. Quale è il filo conduttore che contraddistingue il Buddhismo dalle altre confessioni religiose?

Forse c’è un senso di libertà maggiore e si sente a livello intuitivo che c’è una maggiore libertà per lo spirito. Mi passi questa frase che può sembrare un po’ banale, c’è una maggiore possibilità di cercare se stessi senza il peso dei dogmi di una religione di fede. Nel Buddhismo non si crede a niente. Il Buddhismo non è qualcosa in cui si crede è qualcosa in cui si fa che si pratica. Questo aspetto lascia alle persone un maggior senso di responsabilità, ma anche una maggiore libertà e semplicità.

 

 

  1. In che cosa consistono i rituali buddhisti?

Dipende dal tipo di tradizioni in cui sono praticati, sono molto diversi tra di loro. Ogni tradizione ha dei rituali che sono completamente diversi da rituali o liturgie di altre tradizioni buddhiste. L’essere umano ha bisogno di rituali e ogni zona del mondo ha sviluppato dei propri linguaggi delle proprie forme rituali. Dal momento che il Buddismo non è dogmatico, ma tende adattarsi alle culture dove si inserisce ha risposto, ha accettato, diciamo così, elementi ritualistici culturali per esempio nelle zone dove andava senza la necessità di doverli eliminare o sostituire. Per esempio il Buddhismo è nato in Cina con profonde influenze del Taoismo, le ha mantenute senza nessun problema, senza contaminare cioè quel messaggio profondo dell’insegnamento e questo probabilmente avverrà anche in Occidente dove sta accadendo che alcune forme di ritualità tipicamente orientali stanno lasciando il posto a un tipo di pratica più adatta alla nostra cultura.

 

  1. Qual è il vestiario, se ce n’è uno che contraddistingue chi presenzia ai rituali buddhisti?

Anche qui dipende dalle tradizioni, anche per questo è molto difficile parlare di Buddhismo come se fosse un’unica entità coerente. I monaci delle diverse tradizioni hanno ovviamente un vestiario. I monaci della tradizione Theravada vestono di solito in arancione o in giallo; Nel Buddhismo tibetano i monaci sono vestiti prevalentemente di giallo e rosso come il Dalai Lama. Nel Buddhismo Zen prevale il bianco e nero. Nel Buddhismo Coreano i monaci sono vestiti grigio,. Dipende dalle varie tradizioni culturali in cui il Buddhismo si è sviluppato, vale anche per gli oggetti rituali. Nel Buddhismo Tibetano usa una serie di oggetti che accompagnano il monaco: le campane, i cimbali, cappelli rossi e gialli enormi, a forma di becchi di pappagallo.

 

  1. Le ricorrenze buddhiste più importanti.

Ce n’è una che è in comune a tutti che è anche riconosciuta dalle Nazioni Unite come ricorrenza religiosa internazionale che è la celebrazione del Vesak. Il Vesak che è una parola indiana antica che significa maggio, è il giorno in cui si celebra la nascita, la morte e il Nirvana del Buddha ed è l’unica festività che accumuna tutte le tradizioni buddhiste. Ci sono altre festività minori, non d’importanza, ma minori nel senso che non coinvolgono tutta la comunità buddhista mondiale, per esempio nel Buddhismo Theravada c’è la festa di Katina alla fine di ottobre dove vengono donate le nuove vesti ai monaci. Il Buddhismo tibetano, per esempio, celebra il capodanno tibetano a febbraio, il Buddhismo Zen ne celebra altri e così via, ogni tradizione ha le sue ricorrenze. L’unica ricorrenza che mette insieme tutti i Buddhisti di tutte le tradizioni è la festività del Vesak.

 

  1. Come si diventa buddhisti?

C’è una cerimonia specifica che si chiama “Cerimonia della presa del Rifugio” per cui tu prendi rifugio nel Buddha, nel Dharma cioè nel suo insegnamento e nel Sangha cioè nella comunità. C’è una formula che viene recitata da chi vuol entrare formalmente a far parte della comunità Buddhista di fronte al monaco o al proprio maestro, al Lama, ecc, ecc … questa cerimonia è quella che formalmente dichiara davanti a tutta la comunità dei praticanti l’ingresso di tal persona all’interno della comunità Buddhista. Non è un battesimo però, cioè non è qualcosa che arriva da un’entità assoluta come Dio è semplicemente la recitazione di un impegno che il praticante prende di fronte al proprio maestro di seguire gli insegnamenti e la pratica del Buddha questo è ciò che avviene durante la presa del Rifugio. Quella è la formula che formalmente decreta se uno è entrato a far parte nel mondo Buddhista oppure no.

 

  1. Nel leggere Osho mi è parso di capire che affermasse che l’amore verso gli altri è in realtà verso se stessi, è così?

Si, nel senso che quello che dice Osho è molto vero ed è spiegabile in questo modo. La prima forma di gentilezza e di compassione che si impara a praticare nel Buddhismo è rivolta nei confronti di se stessi, ma non come gesto di egoismo o individualismo, ma perché  se non si riesce a essere gentili e compassionevoli verso i propri limiti e fragilità difficilmente si riuscirà ad esserlo verso gli altri. Cioè se non si è in pace con se stessi, per dirla tutta, si continuerà ad essere in guerra anche con il resto del mondo. Quindi certo che sì, il primo oggetto verso cui si rivolge la pace, la serenità, la compassione è verso se stessi anche per un altro motivo perché noi pratichiamo con quello che accade nella nostra mente e non nella mente degli altri, la mente degli altri ci fa semplicemente da specchio per vedere quali sono i nostri meccanismi mentali. Per cui se non pratichiamo con gentilezza verso la nostra mente stessa, non andiamo ad indagare come la nostra mente funziona quali sono i limiti e perché ci comportiamo in un determinato modo sarà molto difficile venir fuori da questo e vedere cosa succede nel mondo. Quindi certo che si è assolutamente giusto quello che dice Osho.

 

  1. Il più delle volte il Buddhismo è associato allo Yoga, ci può spiegare il perché della correlazione?

Anche se molti maestri  Yoga potrebbero non essere d’accordo con questa cosa, lo Yoga è una forma di meditazione che è incentrata prevalentemente sugli esercizi corporei, molto meno sull’osservazione della mente se vogliamo, anche se questo è un modo un po’ superficiale di dirlo però. Diciamo così perché ci sono moltissimi punti di contatto nelle tecniche meditative diciamo così, l’attenzione al corpo, l’attenzione al respiro, l’attenzione ai pensieri. Ci sono tanti punti di contatto fra la pratica Yoga e la meditazione. Detto ciò lo Yoga segue la sua strada e la pratica Buddhista ne segue un’altra. Oggi molta parte dello Yoga si è dimenticata l’origine della parte etica di rituale della propria disciplina, mentre nella pratica Buddhista è l’aspetto più presente quindi forse questo è l’aspetto in cui divergiamo di più. Mi viene anche da dire che questa associazione viene fatta spesso per superficialità sia perché lo Yoga che l’insegnamento del Buddha sono nate in India quindi nell’immaginario collettivo vengono messe insieme forse. Sono parallelismi un po’ tanto superficiali che poi ci siano sicuramente punti di contatto nelle tecniche d’introspezione spirituale questo è innegabile.

 

  1. Attualmente in Italia quanti Buddhisti si contano?

Diciamo che l’unica cifra ufficiale che noi possiamo avere è quella delle persone che hanno deciso di destinare l’otto per mille all’Unione Buddhista Italiana, però sono cifre totalmente insoddisfacenti, siamo intorno alle 140mila persone. Però non è detto che questi rappresentino tutti coloro che si definiscono Buddhisti o che in qualche modo fanno parte di Comunità Buddhiste perché per esempio le comunità di origine straniera come i cingalesi, cinesi, vietnamiti cioè quelle comunità che provengono da Paesi dove la religione Buddhista è professata magari non danno l’otto per mille all’Unione Buddhista Italiana. Per cui se vogliamo dire quanti sono i Buddhisti che sono vicini all’Unione Buddhista Italiana forse qualche centinaia di migliaia? Definire un numero preciso è molto complesso va detto che c’è poi tutta la parte di Buddhisti che fanno parte della Sogga Gakai che sono altrettanti rispetto a noi. Quindi potremmo azzardare la presenza di un numero che va dai 500mila al milione tra Buddhisti praticanti e simpatizzanti. Per dare un numero diverso, l’ultima volta che il Dalai Lama è venuto a Milano gli insegnamenti che sono stati trasmessi in streaming sul web e sono stati seguiti se non ricordo male da circa 2 milioni e mezzo di persone, dire che tutti questi sono Buddhisti boh! Chi lo sa! Dato che non c’è un registro come esiste per la Chiesa Cattolica che è il registro dei battezzati  per cui la Chiesa Cattolica presume che tutti quelli che hanno ricevuto il battesimo siano cattolici, questa cosa nel Buddhismo non esiste, non esiste un registro dei Buddhisti e quindi non lo sapremo mai con certezza.

 

  1. Come trovare altre informazioni sul Buddhismo?

Sul web è pieno di siti di centri di gruppi di studio o di pagine di approfondimento sia in italiano che in inglese. Il sito dell’Unione Buddhista Italiana che è www.buddhismo.it che può essere un luogo non tanto di ricerca d’insegnamenti quanto ricerca d’informazioni sui centri di pratica, ci sono poi libri. Io sono uno scrittore di libri, per esempio ho pubblicato tre libri che parlano di queste cose, abbastanza famosi per altro, i libri sono un’altra strada che possono essere utilizzate per approfondire, studiare, ecc … quello che è importante e dico sempre è studiare studiare studiare e ragionare con la propria testa e approfondire gli insegnamenti senza fermarsi alla prima cosa che si trova sul web, confrontare, vedere, prendersi il tempo per comprendere con calma il senso delle cose che si leggono e soprattutto confrontarsi con dei maestri qualificati, con delle persone che già hanno avuto l’opportunità di fare un percorso di approfondimento perché è importante.

 

Intervista pubblicata anche su www.ildialogo.org .

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